giovedì 14 maggio 2020

"Normalità...what else? Riflessioni ai tempi del Covid-19"


In quasi due mesi di quarantena ciascuno di noi si è imbattuto di continuo nell'espressione: “ritorno alla normalità”. Non solo in tv o nei social; tutti noi abbiamo sentito e pronunciato queste parole, come una preghiera, una speranza (quella senza ministero) di fronte ad un futuro indecifrabile, pieno di punti interrogativi. 
Ma che cosa si intende per “ritorno alla normalità”? Cosa significa “normalità”?
Oggi questa parola viene utilizzata semplicemente per descrivere il ritmo e lo stile generale di vita che avevamo prima dello spuntare del Covid-19.
Lo status quo antecedente è diventato quindi un traguardo a cui ri-ambire, la truce conferma del fatto che si apprezzano le cose soltanto quando ci vengono tolte.
Eppure, timidamente e forse senza crederci troppo, qualche spericolato ottimista sostiene che questa pandemia ci cambierà...in meglio. Perché?

La risposta sembra racchiusa proprio nel concetto personale di “normalità”.

Dovremmo partire da qui, pensare ad esempio quale sia stato il ruolo dell’essere umano e il suo impatto in questo Pianeta sino ad oggi e quanto siano stati “normali” i suoi comportamenti: dal consumo scriteriato delle risorse energetiche alla loro distribuzione iniqua e ad un livello di inquinamento insostenibile per l’ecosistema e i suoi abitanti (la cosiddetta biodiversità), inclusi noi.
L'uomo ha saputo generare guerre di inutile utilità e moltiplicare disuguaglianze, distruzioni e sofferenza, rispondendo esclusivamente alle mere logiche del mercato.
Questo straordinario invasore ha stravolto il pianeta che lo ospita plasmandolo a sua immagine e somiglianza; tuttavia oggi (come già accaduto in passato) il virus scopre tutti i suoi punti deboli, ricordandogli che in fondo è solo un uomo, mortale, fragile e precario per definizione. La morte (quella vera, non quella raccontata dai giornali) di amici e parenti e la perdita di punti di riferimento consolidati, rendono vivida e dolorosa la ferita provocata da questa pandemia, che non è altro che la consapevolezza della nostra condizione di precarietà in questo mondo. Una condizione che ci rende ospiti di passaggio in questo pianeta, e non padroni o conquistatori.  

Lo stile di vita pre Covid che ci vedeva nella frenetica e compulsiva ricerca di guadagno ed affermazione a tutti i costi è esattamente la “normalità” a cui vogliamo ritornare? È quella l'unica strada possibile o vogliamo cogliere la lezione impartita dalla Natura?
Certi articoli si scrivono solo se si ha la pancia piena, potrebbe dire qualcuno, argomentando che non esistono alternative possibili, che ripensare la normalità sia cosa da radical chic o fannulloni ambientalisti con pochi problemi in testa o con scarso contatto alla realtà.
Altri, invece, sperano di cogliere questa surreale occasione per ridisegnare lo stile di vita fallimentare ed alienante cucito loro addosso. Sono le persone che si interrogano sul concetto di “normalità” a cui ispirarsi, sono quelli che riflettono sull'oggetto della loro conquista.

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