giovedì 4 giugno 2020

"Crescia de Cilè 0 - Crispy McBacon - 1"


- "Forno de Cilè" (foto scattata da via Brodolini) -
Tanti possono essere gli ingredienti che rendono un negozio locale (o di paese, per intenderci) un luogo da assaporare frequentemente e a cui affezionarsi, ben oltre la semplice routine.
Ad esempio la miscela di bontà, gentilezza e sorriso delle persone che ci lavorano, il fascino del posto, il profumo sincero che si respira appena si entra, la qualità del prodotto che viene venduto.
Una combinazione di emozioni autentiche che si uniscono, facendoci sentire qualcosa di più di un semplice “Cliente”, e che aprono una silenziosa breccia nel nostro cuore e nelle nostre radici.
E così, in punta di piedi, un luogo può entrare a far parte della nostra vita.

Il “forno de Cilè” era l'impasto sapiente di tutti questi ingredienti, una miscela di sensazioni positive che tutti noi respiravamo ogni volta che veniva varcata la soglia, insieme agli odori sempre invitanti del pane, della pizza, della “crescia”, dei calzoni, dei dolci.  
Parlarne al passato sembra assurdo, eppure l’attività è cessata il 1°Giugno di questo anno.
Il forno ad oggi è di proprietà della famiglia Gentili che rilevò l’attività del famoso “Cilè” (trasformazione del nome Celestino) circa quarant’anni fa.
Un passaggio generazionale, una staffetta che, con sacrifici e passione, ha permesso di percorrere insieme a tutta la collettività quasi cento anni di storia.
Infatti il “forno de Cilè”, il cui nome è rimasto immutato nonostante il cambio di proprietà, quasi a indicarne un marchio di qualità indelebile in ricordo della famosa “crescia”, nasceva nei lontani anni ’20.
Un’attività che inizia a Loreto in via Costa D’Ancona, che si sposta poi in via Bramante, e che con il passaggio di consegne apre le porte a due locali, uno sempre in via Bramante, “dò palazzi più giò”, e l’altro in via Brodolini.
La storia di un “Sapere” che nasce, che viene tramandato e di cui gode l'intera Comunità.

Matematicamente la malinconia per la chiusura dello storico forno lascia spazio alla preoccupazione e alla riflessione, dal momento che ormai da tempo il film che siamo abituati a vedere è quello di negozi di paese che progressivamente stanno chiudendo a favore degli ormai noti centri commerciali e catene.
“Cilè” è stata una delle tante roccaforti del territorio a cedere.
E allora, in questa “guerra”, è doveroso chiedersi che cosa accade ad un paese o città in cui il tessuto locale di piccoli negozi, botteghe, forni, luoghi di ritrovo scompare completamente.
È lecito domandarsi da chi e come saranno rimpiazzati.
E’ lecito domandarsi quale sarà l’effetto “umano” per quelle persone abituate a vivere e a respirare da tempo quei luoghi familiari che caratterizzano il territorio.
È lecito domandarsi da chi e come saranno rimpiazzati il nostro senso di appartenenza al territorio e alla comunità, e come saranno rimpiazzate le nostre radici che, quelle sì, irrimediabilmente si perderanno.
Di certo queste perdite affettive ed identitarie non potranno mai essere colmate dalle luci di una catena alimentare d'oltre oceano che ha imparato a fare business ovunque, diffondendosi come un cancro. Neppure nei nostri figli.
E allora ci perdiamo e basta. Perdiamo terreno, trincea dopo trincea. 

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