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| - "Forno de Cilè" (foto scattata da via Brodolini) - |
Tanti possono essere gli ingredienti che
rendono un negozio locale (o di paese, per intenderci) un luogo da assaporare
frequentemente e a cui affezionarsi, ben oltre la semplice routine.
Ad esempio la miscela di bontà, gentilezza e
sorriso delle persone che ci lavorano, il fascino del posto, il profumo sincero
che si respira appena si entra, la qualità del prodotto che viene venduto.
Una combinazione di emozioni autentiche che
si uniscono, facendoci sentire qualcosa di più di un semplice “Cliente”, e che
aprono una silenziosa breccia nel nostro cuore e nelle nostre radici.
E così, in punta di piedi, un luogo può
entrare a far parte della nostra vita.
Il “forno de Cilè” era l'impasto sapiente di
tutti questi ingredienti, una miscela di sensazioni positive che tutti noi
respiravamo ogni volta che veniva varcata la soglia, insieme agli odori sempre
invitanti del pane, della pizza, della “crescia”, dei calzoni, dei dolci.
Parlarne al passato sembra assurdo, eppure
l’attività è cessata il 1°Giugno di questo anno.
Il forno ad oggi è di proprietà della
famiglia Gentili che rilevò l’attività del famoso “Cilè” (trasformazione del nome
Celestino) circa quarant’anni fa.
Un passaggio generazionale, una staffetta
che, con sacrifici e passione, ha permesso di percorrere insieme a tutta la collettività
quasi cento anni di storia.
Infatti il “forno de Cilè”, il cui nome è rimasto
immutato nonostante il cambio di proprietà, quasi a indicarne un marchio di
qualità indelebile in ricordo della famosa “crescia”, nasceva nei lontani anni
’20.
Un’attività che inizia a Loreto in via Costa
D’Ancona, che si sposta poi in via Bramante, e che con il passaggio di consegne
apre le porte a due locali, uno sempre in via Bramante, “dò palazzi più giò”, e l’altro in via Brodolini.
La storia di un “Sapere” che nasce, che viene
tramandato e di cui gode l'intera Comunità.
Matematicamente la malinconia per la
chiusura dello storico forno lascia spazio alla preoccupazione e alla
riflessione, dal momento che ormai da tempo il film che siamo abituati a vedere
è quello di negozi di paese che progressivamente stanno chiudendo a favore degli
ormai noti centri commerciali e catene.
“Cilè” è stata una delle tante roccaforti
del territorio a cedere.
E allora, in questa “guerra”, è doveroso
chiedersi che cosa accade ad un paese o città in cui il tessuto locale di
piccoli negozi, botteghe, forni, luoghi di ritrovo scompare completamente.
È lecito domandarsi da chi e come saranno
rimpiazzati.
E’ lecito domandarsi quale sarà l’effetto
“umano” per quelle persone abituate a vivere e a respirare da tempo quei luoghi
familiari che caratterizzano il territorio.
È lecito domandarsi da chi e come saranno rimpiazzati
il nostro senso di appartenenza al territorio e alla comunità, e come saranno
rimpiazzate le nostre radici che, quelle sì, irrimediabilmente si perderanno.
Di certo queste perdite affettive ed
identitarie non potranno mai essere colmate dalle luci di una catena alimentare
d'oltre oceano che ha imparato a fare business ovunque, diffondendosi come un
cancro. Neppure nei nostri figli.
E allora ci perdiamo e basta. Perdiamo
terreno, trincea dopo trincea.

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